RECENSIONI INCONTRO DEL 12 GENNAIO 2022 DI GIULIA BENEDETTI

IL BALLO DELLE PAZZE di Victoria Mas

Vi ringrazio per aver condiviso un incontro davvero bello e spero sulla continuità di simili occasioni.

Il libro racconta una storia ambientata a fine Ottocento nell’ospedale della Salpetriere, un manicomio femminile e la vicenda, apparentemente incredibile, risulta possibile, in relazione ai tempi e alle convenzioni sociali dell’epoca.

Queste alcune delle opinioni espresse dai partecipanti al gruppo di lettura:

  • Un libro avvincente, che parla di un ambiente pesante: un manicomio femminile, dove si mettono in vetrina le donne ivi rinchiuse a vario titolo.
  • Un libro che induce a riflettere sulla condizione femminile, e fa ritenere plausibile che anche donne semplicemente “esuberanti” siano state vittime di simili soprusi, e rinchiuse in queste strutture coercitive. Da metà dell’Ottocento persone con modi di vedere diversi da quelli ritenuti socialmente canonici, venivano ricoverate in case di cura specifiche, destinate a trascorrere lì tutto il resto della loro vita.
  • Un libro dedicato alle persone scomode, con 4 protagoniste: Louise (un’adolescente che chissà che fine avrebbe fatto se fosse vissuta fuori dall’ospedale), Therese, Eugenie (attratta dall’esoterismo), Genevieve (che credeva nella scienza, ma che trova una strada diversa…). Apprezzabile il riscatto del fratello.
  • Un argomento interessante, poco conosciuto. Il libro è scritto quasi come un giallo. I personaggi però meriterebbero un maggiore approfondimento. Manca la drammaticità vera, quell’elemento drammatico capace di prendere il lettore e farlo soffrire assieme ai personaggi e manca quell’indagine psicologica che rende ragione dei comportamenti descritti.
  • Un bel libro, scritto da un’autrice vicina anche al mondo del cinema. Del libro esiste anche una versione cinematografica. La realtà descritta è terribile, ma nel libro manca il pathos. Un po’ scontata e prevedibile anche la fine. Un ospedale dove si fanno delle dimostrazioni aperte ad un pubblico curioso. C’è molto teatro e molta regia in questa storia. Il ballo che dà origine al titolo è un esperimento di spettacolo per la borghesia.
  • Libro piacevole, ma forse un po’ superficiale. I personaggi sono tratteggiati, e non danno la soddisfazione attesa. L’argomento è interessante. Si parla di potere, anche del potere che le donne lasciano agli uomini, stregate dal potere maschile.
  • Il libro induce a non sottovalutare l’abulicità delle donne, che non vogliono cambiare le cose. Ne è un esempio la nonna che difende il suo ruolo e mette in croce la nipote. La storia fa riflettere su sé stessi, sulle proprie caratteristiche, e spinge ad interrogarsi sulla sorte riservata se si fosse vissuti in quel periodo. Il racconto è pieno di empatia e di passione. Il linguaggio è pulito; a questa pulizia si contrappone fortemente la tematica complessa. Un panorama di donne maltrattate, escluse, esposte ad una dimostrazione pubblica settimanale, o ad un ballo, occasione annuale di spettacolo per la borghesia.
  • Nelle varie epoche si è spesso ricorsi all’esposizione del malato. Una strana commistione di curiosità e di rassicurazione, che induce i potenti a ricercare i deboli, per avere conferma della propria normalità.
  • Un libro che si legge volentieri, anche se induce a provare un forte sentimento di rabbia per l’isolamento delle donne.  Come donna non si può non desiderare di intervenire per spezzare questa condanna esistenziale.
  • Un libro che piace per come viene raccontata una storia di pesante reclusione. La vicenda descrive un mondo doloroso, reale, che si può guardare da fuori, scoprendo aspetti incredibili. Consente anche di interrogarsi sull’opportunità di dire la verità. Quando la diciamo non sappiamo mai se abbiamo fatto bene, perché, può succedere che le conseguenze siano molto lontane dalle intenzioni iniziali. Vale davvero la pena di raccontare il vero, o sarebbe meglio tacere? Il ballo in costume che attira la borghesia parigina per vedere, toccare le pazze è stata una consuetudine davvero indecorosa. E la pietà dov’era?
  • La narrazione è scorrevole e il taglio è vicino alla sceneggiatura. I personaggi non sono approfonditi compiutamente, ma questo consente di intervenire con l’interpretazione personale. Il racconto procede con l’utilizzo delle tonalità chiaro e scuro per descrivere i personaggi. Tinte scure per i maschi, tinte chiare per le femmine. Le donne sono asservite agli uomini e, quel che è peggio, gli affetti femminili più cari non appoggiano le ragazze di famiglia. Una parte rilevante è quella dedicata agli esperimenti sulle ragazze. Da non dimenticare che Charcot fu maestro di Freud. Un libro che descrive un tempo specifico: la fine dell’Ottocento.
  • L’argomento proposto dal libro non è semplice: esoterismo e pazzia. La scrittura fa leggere la storia in scioltezza, e questo è un gran merito. Due aspetti topici: il trascorrere del tempo all’interno del manicomio e la speranza di poter uscire. Alcune donne sperano di uscire, altre di restare dentro tutta la vita, ritenendo l’ospedale un luogo più sicuro del mondo esterno. Molto significativa la trasformazione di Genevieve, che riesce a trovare una dimensione più reale. Un libro che si legge volentieri nonostante la pesantezza dell’ambiente descritto.
  • Un libro di grande interesse e che si fa leggere con partecipazione. Descrive situazioni tremende ai nostri occhi, ma ritenute normali all’epoca in cui sono accadute. Freud stimava Charcot e decise di chiamare un figlio come colui che riteneva il suo maestro. La figura di Genevieve è molto particolare, perché compie un percorso esistenziale a trecentosessanta gradi, passando da convinzioni granitiche al dubbio.
  • Il libro induce alla rabbia, all’indignazione, alla pietà. Rabbia perché vengono rinchiuse in ospedale donne intelligenti, anticonformiste, ritenute scomode; indignazione per i trattamenti che ricevono da amici e parenti e dal personale sanitario, pietà per destini inesorabili. Le occasioni di “evasione” sono rappresentate o dalle lezioni settimanali aperte agli esterni o dal ballo annuale in costume: tutti momenti di esibizione della struttura medica. E per quanto riguarda i personaggi: un padre arrogante, meschino, gretto; una nonna che per mantenere l’ordine costituito sacrifica la nipote; una madre inqualificabile, che privilegia la sua confortevole tranquillità su ogni altra cosa. I personaggi “sani” sono tremendi! Mentre le “pazze” sono generose, empatiche, pronte ad aiutarsi. E nonostante tutte queste loro virtù devono restare in ospedale senza far niente, inutili, alienate. L’attesa si riduce ad un’unica emozione concedibile: il momento di esibizione.
  • Il tema del manicomio femminile, come luogo che accoglie persone devianti o semplicemente rifiutate a vario titolo dalla famiglia o dalla società, non è nuovo, come non è nuova la riflessione su cosa si sia inteso per pazzia nei vari momenti storici, in collegamento con le fasi di sviluppo della medicina, ma questo libro riesce a raccontare una storia che si fa leggere tutta d’un fiato, e che risulta particolarmente avvincente. Si descrive una vicenda assurda di un padre perbenista ed autoritario, che si aspetta dalla figlia l’esclusiva accettazione delle sue aspettative, vale a dire: sposare un buon partito! e siccome lei non pare essere consenziente, la condanna ad essere internata nel manicomio di Salpetriere non appena viene a conoscenza che parla con i defunti, per evitare così una possibile ricaduta di immagine negativa sulla famiglia. Eugenie è una diciannovenne che culla nel cuore un futuro diverso per sé stessa: non ha nessuna intenzione di sposarsi, e non vuole una vita come quella della madre “confinata tra le pareti di un appartamento borghese, sottomessa agli orari e alle decisioni di un uomo, senza ambizioni nè passioni, senza veder altro che il proprio riflesso nello specchio, con l’unico scopo di fare figli, con la sola preoccupazione di scegliere l’abito del giorno. Quella è la vita che non desidera. In compenso desidera tutto il resto.” Eugenie è tradita dalla fiducia riposta nella nonna, la persona a cui vuole più bene, che pare capirla: “piccola mia. La tua maggiore qualità sarà il tuo maggior difetto: sei uno spirito libero” e che invece si rivela un’implacabile manipolatrice. Pg. 154 “una nonna maestra d’imbrogli”. La vicenda fa venire in mente la storia di cappuccetto rosso, dove il lupo finge di essere la nonna e qui invece è la nonna che rivela di essere un lupo…Genevieve è l’altra figura femminile protagonista, che dopo una vita personale e professionale trascorsa rispettando severe convinzioni, scopre la ribellione. Lei, come Eugenie, deciderà di spezzare la catena impostagli da un uomo, unico detentore del suo destino. Se non fosse per Theofile, che prova vergogna e rimorso per la vicenda occorsa alla sorella, e che accetterà di farsi coinvolgere nella sua liberazione, gli uomini fanno davvero una gran brutta figura. Non si salva nessuno, non il padre Clery, non il gran dottore Charcot, non l’ingannevole Jules; egoisti, perbenisti, presuntuosi, violenti: un mondo di prevaricatori, di tiranni, contrapposto all’universo femminile, quello delle pazze, creativo, affettivo, solidale. Therese, la più vecchia delle internate sostiene giustamente che “ le pazzie più profonde non si vedono” pg. 84, e ricordando che i suoi clienti, “ i più per bene, i più corretti al primo approccio, una volta chiusa la porta della stanzetta si rivelavano  veri e propri malati di mente. Tuttavia la pazzia degli uomini non è paragonabile a quella delle donne, perché gli uomini la esercitano sugli altri, mentre le donne su se stesse.” Una storia per ricordarci che la libertà richiede spesso un atto di ribellione…

LE NOTTI BIANCHE di Fedor Dostoevskij

Un’opera giovanile di Fedor Dostoevskij pubblicata nel 1848, quando l’autore aveva 27 anni, versione poi corretta nel 1859 e considerata in seguito definitiva.

Queste alcune delle opinioni espresse dai partecipanti al gruppo di lettura:

  • Un libro che parla di sogno, di fuga da una vita infelice. Un testo poetico, con uno sguardo psicologico rivolto ai personaggi, sviluppati con grande profondità, e uno sguardo d’ammirazione rivolto alla città, San Pietroburgo, dove il protagonista si ritrova a passeggiare per quattro notti.
  • Un protagonista maschile solitario, sognatore, che persegue un sogno di felicità, che riesce infine a sperimentare. Ma la conclusione induce ad interrogarsi se si tratti di lieto fine o meno.
  • Un racconto che parla di solitudine, con due personaggi che hanno bisogno di comunicare. Tutto accade nel giro di 4 notti e poi il sogno si conclude, lasciando il sognatore senza speranza.
  • Un racconto che parla di solitudine, ma una solitudine capace di far scatenare la fantasia e un’esperienza di amore reale.
  • La brevità del testo è un punto di forza e si riallaccia allo spazio temporale limitato degli accadimenti: tutto succede in 4 notti. Un racconto affascinate, che indaga la dimensione del sognatore, che per la prima volta viene a contatto con una persona reale.
  • Un racconto da leggere come un passaggio dall’adolescenza all’adultità. Il protagonista sino ad allora è sempre vissuto nella pura dimensione del sogno, quella che caratterizza l’adolescenza. A seconda di come ci si senta, si attribuisce alla realtà la medesima tinteggiatura. Una fase della vita in cui le proiezioni personali influenzano la visione del mondo. Durante le 4 notti, il sognatore si imbatte in una ragazza vera, non fantasticata, e con lei condivide un’esperienza reale. Lei è concreta, diventa sognatrice a sua volta passeggiando e parlando con lui e trasferendogli i suoi sogni. Lui un po’ alla volta perde lo smalto adolescenziale e diventa capace di vedere la realtà per come si manifesta davvero: alla fine riuscirà ad accorgersi delle rughe sulla faccia della domestica, dell’opacità dello spazio in cui vive, del rischio di un futuro senza speranza. Dopo l’esperienza delle 4 notti, sarà diventato adulto.
  • Un libro molto suggestivo che descrive cosa succede ad un personaggio molto romantico nel giro di quattro notti. Siamo a Pietroburgo e l’incontro casuale con una giovane donna in lacrime e contemplante l’acqua torbida di un canale appoggiata ad una ringhiera, induce il protagonista ad avvicinarla, e poi a soccorrerla quando un signore barcollante si mette a correre per raggiungerla. Dapprima con timidezza e in seguito con maggior intraprendenza il protagonista decide di raccontarsi. “Io sono un sognatore; ho vissuto così poco la vita reale che attimi come questi non posso non ripeterli nei sogni. Vi sognerò per tutta la notte, per tutta la settimana, per tutto l’anno.” E ancora “Sono completamente senza una storia. Come si dice da noi, ho vissuto per me stesso, cioè completamente solo…” E con queste premesse il protagonista comincia a parlare di sé stesso, rivelando la sua timidezza, la sua incapacità di muoversi con sicurezza nelle relazioni, il suo bisogno di essere ascoltato, accettato. Nasten’ka, la giovane donna, accoglie con partecipazione le confidenze del sognatore, e a sua volta racconta la sua storia. Inevitabile l’innamoramento da parte del sognatore, innamoramento che sembra ad un certo punto anche corrisposto, ma che in realtà non lo è per niente, e quando Nasten’ka gli rivelerà in una lettera che la settimana successiva si sarebbe sposata con l’uomo che amava davvero, lui si accontenterà di averla incontrata e di aver goduto di un momento di beatitudine. “Sii benedetta per quell’attimo di beatitudine e di felicità che hai donato ad un altro cuore, solo, riconoscente!”. Un sognatore romantico che consente alla protagonista femminile di realizzare il proprio sogno di felicità. La storia è intensa, e sembra portare i personaggi in un vortice, fuori dal tempo e noi con loro. Entrambi i protagonisti non vedono l’ora che arrivi la notte per ritrovarsi e procedere con i loro racconti, sempre svolti in prima persona, intrecciando aspetti di vita passata a desideri ed emozioni. Si raccontano con impeto, traendo materiale dalle loro storie e dai loro sogni e travolgendo il lettore anche con delle farneticazioni. Bellissimo il loro procedere incalzante, nell’attesa di un lieto fine che non sarà però comune. Un racconto poetico che consente di entrare nell’intimità di due anime sensibili, appassionate, sognatrici. Un’atmosfera rarefatta e onirica, come quella evocata da certi quadri di Marc Chagall.