RECENSIONE INCONTRO DEL 11 MAGGIO 2022 DI GIULIA BENEDETTI

Un bel libro, caratterizzato da una certa originalità di trama e scrittura. Una storia delicata, narrata in punta di penna, che non sosta sugli aspetti drammatici, che sono comunque presenti. Una vicenda ritratta con gli occhi del ragazzino protagonista, che fa riferimento ad un preciso periodo storico in cui un certo mondo socioeconomico inevitabilmente scompare. Un autore che rivela le sue radici, che opera nell’ambito della letteratura veneta, e utilizza con maestria la musicalità della lingua.

Queste alcune delle opinioni espresse dai partecipanti al gruppo di lettura:

  • Un libro che è piaciuto molto, dove è possibile ritrovare tutto il fascino della laguna, e l’utilizzo di una lingua rimasta ormai solo in certe parole e in certi detti tipicamente dialettali. Una descrizione piuttosto negativa degli insegnanti poco orientati a trarre il meglio dai loro alunni e quasi compiaciuti, invece, di farli sentire delle nullità. Colpisce il confronto che può essere fatto in quel periodo storico, il ’65, tra la vita limitata e limitante di quel mondo rurale e gli spazi di libertà praticabili invece nelle città in fase di industrializzazione.
  • Un racconto che risveglia la memoria di chi ha vissuto la propria infanzia o giovinezza nei luoghi lagunari descritti dall’autore e può ricordare il forte contrasto tra la vita di paese e quella della città. Un’esperienza di lettura che fa tornare indietro nel tempo, quando i burci effettuavano gran parte dei trasporti, i negozietti alimentari esibivano le merci in grandi contenitori di vetro, e nel fresco della penombra interna gli aromi degli alimenti conservati rendevano lo spazio un luogo attraente. Che gran differenza rispetto all’eccesso di virtualità di questi giorni!
  • Un libro che è molto piaciuto anche perché consente a ciascuno di rivedere il proprio passato. Scritto con garbo e dolcezza fa intravvedere anche aspetti duri e dolorosi, ma senza insistere sull’asprezza. Struggente il ricordo del diario di scuola. Si possono ritrovare termini usati dai nonni e scomparsi nell’uso corrente. L’autore descrive l’evoluzione della vita del protagonista, senza nascondere anche gli impulsi sessuali, ma scrive sempre con leggerezza e maestria, consentendo al lettore di ripensare anche alla propria giovinezza.
  • La storia verte su un periodo particolare dello sviluppo economico e sociale del paese, quei famosi anni Sessanta in cui un certo tipo di lavoro manuale finisce, e certi mestieri scompaiono. Molto ben tratteggiate le figure maschili: il nonno, Ganbeto, il padre; meno rilevanti ai fini degli accadimenti le figure femminili. La storia racconta il percorso di una crescita “subita” da parte del protagonista, le cui scelte risultano condizionate dal contesto socioeconomico della famiglia e in cui gli insegnanti non contribuiscono ad elevare coloro che son poveri, ma piuttosto a privilegiare coloro che sono già ricchi.
  • Un libro che si avvale del linguaggio veneto, che utilizza parole ormai dimenticate, anche volgari, come la parola “la fritola”. L’autore è un giovane uomo che attinge alla lingua di persone certamente più anziane di lui. Un racconto che avvince, che cattura attenzione ed emozione, e la fine del burcio pare simboleggiare la fine di un mondo. L’Aqua Granda è raccontata tramite quanto viene vissuto dai personaggi e certe scene sono descritte così intensamente che paiono dipinti.
  • Il libro che tra quelli letti sino ad ora dal gruppo di lettura FL è stato quello che è piaciuto di più. Un libro che si legge con il piacere di farlo. Molto calibrato tutto: la delineazione dei paesaggi, il tratteggio delle relazioni tra le persone, la descrizione dello sviluppo del protagonista, quella della sua crescita anche dal punto di vista sessuale, ecc. Una misura descrittiva perfetta che fa leggere il libro davvero con piacere.
  • Si coglie l’innamoramento per la laguna veneta: una dimensione a parte, distante dalle fabbriche e dai rumori della città, che ammalia con la sua fascinazione.
  • Un libro della memoria, che piace anche perché consente a ciascuno di guardare indietro nel tempo e ritrovare un’ ambiente sociale ormai dimenticato: la donna che vigila sulla casa e detiene l’educazione dei figli, la scuola che tiene a bada l’appartenenza sociale e non consente perturbazioni, i destini dei giovani segnati dalla nascita in un certo ceto sociale, ecc. Memorabile la figura del nonno, che resta fermo e si accorge di appartenere ad un mondo che sta collassando. Molto netta la distinzione tra mondo economico e sociale vecchio e nuovo.
  • Un brillante esempio di letteratura veneta, che rimanda a Libera nos a malo in cui è descritto un mondo simile, all’interno del quale bisogna attendere gli anni Sessanta per far fare anche ai paesetti della provincia un cambiamento epocale. Sottile il pezzo dedicato alla presenza del bidet nei bagni costruiti dentro le case, sanitario di cui non si conosce in fase iniziale l’uso. Leggendaria la fine di Caronte, che sparisce nel nulla, metafora del rivolgimento che sta avvenendo nel mondo.
  • Un libro che è piaciuto moltissimo e che semina buon umore in chi lo legge, anche se si parla di eventi catastrofici come l’Aqua Granda del ’66. Una narrazione caratterizzata da una gran leggerezza e un prevalente uso del linguaggio delle emozioni per descrivere il cambiamento epocale avvenuto negli anni Sessanta. Caronte è il personaggio più vicino alla natura, che scompare assieme alla cultura empirica, quella cultura che nasceva e si consolidava grazie alla relazione profonda con gli elementi naturali. La storia si snoda all’interno di quella cultura patriarcale in cui le vicende sono centrate sugli uomini. Il mondo descritto è in fase di cambiamento, ma le persone che stanno vivendo questo cambiamento non ne hanno percezione. Lo scrittore è bravissimo proprio nel tratteggiare questo cambiamento che avviene senza la consapevolezza di tanti. Una scrittura che consente di capire cose drammatiche senza togliere quell’aura particolare di serenità all’impianto complessivo.
  • Un libro che un piccolo gruppo di lettura tra amici aveva scelto nel debutto del gruppo, e che era molto piaciuto per la sua capacità di raccontare con grande maestria un mondo che in quattro e quattr’otto è destinato all’estinzione. L’autore ha saputo descrive con dovizie di particolari il mestiere di barcaro e l’incantata vita che si muoveva lungo fiumi e laguna. Un libro dolce, leggero, che si vorrebbe continuasse oltre la sua fine…
  • Un libro molto poetico, fresco, incantevole, che induce a chiedersi come mai non abbia vinto il premio Campiello 2021.
  • La storia racconta la trasformazione di un ragazzino quattordicenne e si svolge in un periodo preciso, dal 1° ottobre 1965 al 13 giugno 1967, giorno memorabile de l’Aqua Granda. La vicenda di Ganbeto, il suo nome di barca, prende le mosse dai banchi della terza media, quando la scuola è il luogo principale della socializzazione, dell’amicizia, della conoscenza a distanza delle ragazze e si snoda poi nel burcio del nonno Caronte, lungo i tanti canali e i fiumi dove si svolgeva, un tempo, il trasporto via acqua di tanti materiali e di tante derrate alimentari, per consentirgli di venir addestrato per un certo tipo di mestiere e di visitare i luoghi più belli della laguna: da Venezia a Pellestrina, per concludersi infine nell’officina meccanica dove il protagonista viene ingaggiato come apprendista.
  • Un racconto che accoglie sia la parte più onirica dell’adolescente, i suoi sogni, i suoi desideri, che le sue prime esperienze di lavoro, di fatica fisica, oltre a quelle di avvicinamento all’universo femminile, rappresentato in precedenza solo dalla mamma e dalle compagne di scuola.
  • L’autore ci racconta il cambiamento di Ganbeto nel corso di un anno e mezzo, periodo durante il quale il ragazzino diventa un quasi uomo, non solo nell’evidente crescita fisica e nel cambio della voce, ma soprattutto nella definizione della sua identità, percorso alterato da bruschi e dolorosi ribaltamenti della sua esistenza. All’inizio, conclusa la scuola Ganbeto viene preso  come “bocia” nella Teresina, il burcio di proprietà del nonno, figura di grande fascino, e marinaio di grande esperienza, che gli fa scoprire il mondo dell’acqua, il contatto continuo con la natura, con la sua forza e anche con la sua pericolosità, ma alla fine del periodo Ganbeto si ritrova a rovesciare completamente il suo destino, costretto dalle decisioni familiari e diventare così apprendista in un’officina meccanica, dove si lavora al chiuso, e pure vestito, ma con la garanzia di un salario più sicuro.
  • La rappresentazione di un mondo scomparso: quello degli anni Sessanta, quando l’Italia un po’ per volta si trasformava da paese rurale in paese industriale, e il lavoro in fabbrica era considerato l’opportunità più vantaggiosa, “orari fissi, la paga fissa, le ferie fisse “, a scapito di tanti più faticosi ed incerti mestieri, mestieri da miseria, che nessuno voleva più fare e che si trovarono a sparire per sempre. La vita di paese, a Battaglia, dove la prima televisione si guardava all’osteria tutti insieme, dove faceva notizia la sostituzione del gabinetto all’aperto con il bagno in casa, e l’unico cinema proietta per giorni e giorni il medesimo film. La trasmissione televisiva “Non è mai troppo tardi”, che andava in onda alla sera, e che ospitava le lezioni del maestro Manzi, lezioni rivolte all’alfabetizzazione di tanti adulti analfabeti, massicciamente presenti in tutta Italia. Inevitabile una patina di malinconia a coprire tutto questo “c’era una volta”.
  • Una storia che racconta l’influenza dei genitori sul destino dei figli, di come le decisioni paterne soffochino spesso le loro aspirazioni, e come il non proseguimento gli studi costituisca uno snodo saliente nelle conseguenti opportunità lavorative.
  • Un libro scritto molto bene, frammezzato da frasi in dialetto e da terminologie specifiche del mestiere del barcaro, una serie di luminosi acquerelli sulla vita sui burci, con l’acqua che rispecchia i colori del cielo, che consente di raggiungere luoghi stupendi, ma che può anche trasformarsi nel nemico più pericoloso, alterando ogni equilibrio e devastando la terra.
  • Cosa resta a Ganbeto diventato apprendista in officina? Il cimitero dei burci… e il riconoscimento delle parti dello scafo. pg. 179 “Forse sta lì il segreto: è vero che tutto cambia, come l’acqua dei fiumi, che un giorno ride chiara e trasparente, e l’altro ringhia nera e vorticosa… Ma è anche vero che le cose, per altra via, resistono e sono dure a morire, di nuovo come l’acqua, che resta sempre lei, e fa sempre lo stesso giro”. Pg 180 “Ganbeto. Mi chiamo Ganbeto”.